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«A 40 anni impariamo la consapevolezza». Intervista a Paola Del Zoppo, direttore editoriale di Del Vecchio Editore

06/10/2017

«I 40 anni? Sono bellissimi perché ci portano la consapevolezza». Parola di Paola Del Zoppo, ricercatrice in studi culturali all’università di Roma Lumsa, traduttrice di letteratura tedesca e direttore editoriale di Del Vecchio Editore. Una donna di 42 anni e tanta anima, che svela con grazia. Anche in una semplice conversazione telefonica, messa a dura prova dalle gallerie 

 


di Annalisa Misceo per Glam40

 

Paola Del Zoppo sta salendo su un treno quando riusciamo a raggiungerla al telefono, alla vigilia del festival letterario Indipendentemente, che si svolge dal 6 all’8 ottobre al Castello Visconteo di Belgioioso, in provincia di Pavia. Qui, il giorno dell’inaugurazione, è stato presentato Nel nome della madre,  una raccolta di saggi a cura di Daniela Brogi, Tiziana De Rogatis, Cristiana Franco e Lucinda Spera (Del Vecchio Editore, 184 pagine, 16 euro). Un libro che – leggiamo – vuole «trattare la madre come un’identità culturale e relazionale, non solo emotiva». E  che è stato fortemente voluto proprio da Paola. 

«È vero. Ci tenevo perché non solo è il primo libro di saggistica della Del Vecchio Editore e inaugura la collana per i 10 anni della casa editrice, ma soprattutto perché è un libro di grande attualità, che fa da tramite tra il saggio e la grande divulgazione. La frase che ha citato è una riflessione di Daniela Borgi, una delle curatrici del testo che mira a svincolare la figura della madre dal ruolo esclusivamente emotivo, e affronta le diverse maternità – dalla maternità surrogata alle adozioni, a tutti i modi di essere madre – con l’idea che tutte le maternità possano dialogare tra loro. Si fa analisi su che tipo di atteggiamento ci si aspetta dalle madri di livelli sociali diversi, quali sono le differenze, quali le relazioni tra cure materiali e cure emotive.Si prendono in esame tutte le varie figure materne che ci sono nella nostra società».

Ha detto “che tipo di atteggiamento ci si aspetta”: perché bisogna sempre “aspettarsi” qualcosa dalle madri? Perché le madri devono sempre rispondere a delle aspettative?

«Perché su qualunque figura codificata la società ha delle aspettative. Ma è proprio questo aspetto che questo saggio va a sovvertire, in un certo senso»

Perché si può essere madri in tanti modi? Anche madri di noi stesse, madri di progetti….

«Assolutamente sì, ancora di più nella società contemporanea. L’obiettivo è proprio decodificare la figura della madre e svincolarla dalla visione del mondo e da ogni inevitabile condizionamento»

Perché il condizionamento è inevitabile.

«Purtroppo sì. Ma queste riflessioni vogliono provare a ristabilire un’autonomia e a generare un pensiero diverso, più consapevole».

La consapevolezza è uno dei temi di Indipendentemente. Che si intende per consapevolezza?

«A Indipendentemente si parla di consapevolezza tra editoria e letteratura, ma anche più ampiamente di consapevolezza sociale. Perché la consapevolezza deve riguardare tutto. Dalla domanda delle domande “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo” alla consapevolezza del proprio impegno, del proprio posto come intellettuali o come politici. E poi la consapevolezza delle dinamiche sociali, della maternità, fino alla consapevolezza del sé, in qualche modo»

Le donne sono consapevoli?

«Istintivamente le direi di no. Ma se rifletto, mi rendo conto che non è del tutto vero. Siamo più consapevoli di aver vissuto a lungo in un ruolo subalterno e che grazie alle grandi battaglie femministe siamo riuscite non solo a capirlo ma anche a fare enormi progressi per andare avanti. Non siamo consapevoli ancora che certe manifestazioni del ruolo subalterno in cui siamo a lungo vissute sono ancora vive. Penso a certe manifestazioni del femminile in televisione e sui social, penso all’accudimento, affidato per lo più alle donne, penso a come viene considerata ancora oggi una donna che non è madre, per esempio. Non c’è stata una vera e totale liberazione della figura femminile».

Ma con i 40 anni si raggiunge un po’ di consapevolezza in più secondo lei?

«Molta! Almeno, per me è stato così: con i 40 anni sono diventata molto molto più consapevole».

Di cosa esattamente?

«Della bellezza dei 40 anni. Dopo i 40 non si è più vincolati alle aspettative degli altri, alle aspettative sociali, a quelle dei genitori. Si sceglie di più e ci si perdona di più. Credo che sia molto bello avere 40 anni, anche nel corpo, che viene valorizzato perché sappiamo valorizzarlo: abbiamo imparato a conoscerlo e ne riconosciamo i cambiamenti»

Lei tra Università ed editoria è immersa nel milieu culturale del nostro Paese. Che ruolo hanno oggi le donne – e le donne 40enni in particolare – nel fare cultura?

«Un ruolo importantissimo. In Italia ci sono una serie di forze femminili attive nella cultura a tutti i livelli, nel mondo dell’editoria, dell’istruzione, del giornalismo, della letteratura. Le donne hanno la possibilità di dare voce a quello che non è stato ancora detto con modi attenti alla gestione del conflitto e alla comunicazione trasversale, penso in particolare a certe poetesse eccezionali che ho avuto modo di leggere e conoscere. Le donne fanno molto per la cultura e possono fare sempre di più, se solo non le “ghettizziamo”, non le releghiamo al ruolo di “donne che fanno cultura”».

La cultura è glam?

«Tutto ciò che rende grazia e profondità alla persona è glam, quindi sì: direi proprio che sì, la cultura è glam».

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