Glam Stories

A 40 anni sono tornata nella città che a 20 mi aveva cambiato la vita. E mi sono ritrovata

20/08/2016

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Nel lontano 1999 ho vinto una borsa di studio allo University College di Dublino, quello in cui, per intenderci, ha studiato James Joyce. Avevo 23 anni appena compiuti, ero fresca di laurea in letteratura inglese, e appassionata – come un po’ tutti negli anni ’90 – di Irlanda.

annalisa_misceoby Annalisa Misceo for Glam40

Così, quando dal ministero degli Esteri mi chiamarono per dirmi che avevo vinto la “scholarship”e che, se accettavo, dovevo partire nel giro di tre giorni, senza pensarci su un momento risposi: «Certo che accetto».

Non avendo fatto l’Erasmus, era la prima volta che uscivo veramente di casa. Alloggiavo negli appartamenti per gli studenti e mangiavo alla mensa universitaria. Ho studiato (e dormito) pochissimo, ma è stata l’esperienza più istruttiva della mia vita.

Nel mio corso c’erano ragazzi di tutti i continenti e di tutte le religioni e anche atei.

Tutti mi hanno dato qualcosa di loro, della loro cultura e dei loro paesi, in quelle settimane dublinesi. A tutti ho fatto conoscere qualcosa di me, dell’Italia e del nostro modo di vivere. E tutti, tra noi studenti, avevamo tantissime cose in comune. Sono nate storie, finite nel momento stesso in cui siamo saliti sugli aerei che ci riportavano in patria, e amori che sono arrivati addirittura all’altare; amicizie che sono proseguite per qualche mese e poi si sono perse per strada, e altre che continuano ancora oggi.

Quel viaggio lo chiamo la prima “cesura” della mia vita: perché lì a Dublino ho capito, per la prima volta concretamente, che esisteva tanto mondo intorno a me, che era diverso ma non per questo sbagliato. Che non c’era un unico modo di pensare, un unico modo di comportarsi, un’unica regola per vivere. Che c’erano dei fondamentali, dati dall’etica e dai valori insegnatimi dai miei genitori, ma che su quelle basi potevo crescere senza dover necessariamente adeguarmi alle convenzioni del posto in cui ero nata. È stata l’illuminazione.

Quest’estate, dopo 17 anni, sono tornata a Dublino.

Non ero più voluta tornarci, per non “inquinare” il ricordo bellissimo che avevo della città. Ma sapevo sarebbe stato un viaggio diverso e quindi ho detto «ok, andiamoci». L’ho vista diversa, Dublino, ma non mi ha delusa. Non ho più 20 anni e non ho più tutto da costruire come allora, neolaureata. Dopo quel viaggio ho fatto tanta strada e percorso tanti chilometri. Altra gente di tutto il mondo, in questi 17 anni, mi ha dato parte di sé e della sua cultura. Ho imparato tante cose. Ma ho perso la convinzione di poter conquistare il mondo che avevo allora, quel mondo totalmente aperto che avevo appena scoperto.

A Dublino, però, mi sono ritrovata.

Ho capito che, è vero, che col cavolo che conquisto il mondo, ma ho realizzato anche che se provi a infilare un pezzo nel puzzle sbagliato, ottieni solo di rompere quel pezzo senza completare il disegno. Che è inutile che cerchi di vivere sugli alberi se non sei una scimmia. Che la “retta via” da seguire sei tu e che ti perdi solo se ti allontani da te stesso.

Ha avuto lo stesso effetto di una visita a un vecchio professore

Dublino, dove questa volta ho alloggiato a casa di un ragazzo indiano e della sua fidanzata irlandese, mi ha accolto un po’ più sporca di come me la ricordavo e troppo piena di studenti italiani in vacanza studio (per le tre pischelle romane che cantavano “Andiamo a comandare” nei giardini del Trinity College riaprirei la Kilmainham Gaol), ma ritrovarla mi ha fatto lo stesso effetto di quando vai a salutare un vecchio professore: mi ha rimessa di nuovo davanti a me stessa, la “retta via” che stavo perdendo di vista.

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