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#MeToo, a 40 anni ho capito di essere stata vittima di violenza psicologica e ora trovo il coraggio di raccontare

18/10/2017

Dopo le denunce al produttore americano Weinstein, i social sono pieni dell’hashtag #metoo per denunciare le molestie sessuali in ambito lavorativo. Ma anche di accuse contro Asia Argento, colpevole di aver subito e non aver denunciato. Come capita a moltissime donne. E come è capitato anche a me

 


By Annalisa Misceo for Glam40

Non mi è mai successo, finora, di essere molestata sessualmente in ambito lavorativo. Forse perché ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada solo bravissime persone, o forse perché sono stata così ingenua da non accorgermene neanche. Ma anche a me è capitato nella vita di essere vittima di abusi e molestie. E neanche io ho denunciato. Di più: non l’ho proprio detto a nessuno.

La prima volta che mi è successo avevo 13 anni

Sono stata molestata da uno sconosciuto che è entrato in ascensore con me. Non scendo in dettagli perché ancora oggi tremo a ricordare, ma la mia salvezza è stata che l’ascensore si è fermato al secondo piano e ho potuto spingerlo fuori. Era un sabato, rientravo da scuola e, per fortuna, i miei genitori erano a casa. L’ho detto subito a mamma: lei ha cercato di calmarmi ma mi ha anche chiesto di non dire niente né a papà né a mio fratello, il quale però da allora – senza sapere le ragioni – ha avuto l’obbligo di scortarmi a casa tutti i giorni dopo la scuola.

Non so se mio padre lo abbia mai saputo, se mamma glielo abbia mai detto.  Prima di oggi l’ho raccontato solo alla mia amica del cuore di allora, che a sua volta mi riferì – tremando – la sua esperienza di abusi (avevamo entrambe 13 anni). Sono stata debole? Sì. Avrei dovuto fare qualcosa? Probabilmente. Ma non l’ho fatto. Mea culpa. Lapidatemi.

Mi è ricapitato da adulta. Ormai trentenne

L’età in cui, in teoria, sai difenderti. In cui, in teoria, sai come mandare al diavolo un uomo, soprattutto se non usa la forza. Invece no. Non l’ho fatto. Era il mio fidanzato. Dopo dieci giorni che stavamo insieme mi parlava di amore folle e di trasferirmi a Roma con lui. La passione per il mio lavoro (unito all’istinto di sopravvivenza, forse) mi ha impedito di fare questa follia. Perché dopo due mesi di relazione ha cominciato con le sue violenze psicologiche.

È difficile descrivere la violenza psicologica

Non ci sono lividi visibili. Non devi inventarti che hai sbattuto su una porta o sei caduta dalle scale. La tua vita procede come prima. Anzi, apparentemente anche meglio, perché in pubblico sei accompagnata dall’uomo perfetto. Quello che ti porta a teatro e a cena nei ristoranti di lusso (ma che dopo aver pagato ti rinfaccia di farlo sempre lui), quello che è gentiluomo con tutte le tue amiche e allegrone con i tuoi amici, quello che è bello, ricco e con un lavoro di prestigio. E che soprattutto ti ama alla follia “Altrimenti non sarebbe così geloso, no?”, ti dicono.

Quello che però, una volta rimasti soli, è capace di farti scenate per un bicchiere fuori posto, di dirti di continuo che non vali niente, di accusarti di non saper far felice un uomo, di spiegarti che non ti presenta ai suoi amici “perché gli fai fare brutta figura”. Quello che è capace di individuare i tuoi punti deboli e colpirti lì, dove ti fa più male. Ci sono rimasta insieme un anno, finché non mi ha lasciato lui per un’altra.

Puoi raccontarle queste cose? No, non puoi.

Quando ci provavo, ai tempi, le risposte erano: “sei esagerata”, “se non ti sta bene perché non lo lasci?” o addirittura “se gli permetti di farlo, è colpa tua”. È colpa tua. Quello che credevo anch’io: è colpa mia, dovrei lasciarlo, sono esagerata, in fondo ha ragione lui: sono una cretina e non valgo niente.

Ci è voluta una ginecologa a chiamare le cose con il loro nome: violenze psicologiche. Ancora oggi faccio fatica ad accettare che mi sia successo. Ancora oggi che ho conosciuto cosa sia il vero amore non riesco a non pensare che in fondo sì, dai, sono esagerata, mi potevo difendere, che parlare di violenza è troppo. Ancora oggi faccio fatica a raccontare quello che è successo in quell’anno, perché mi aspetto di sentirmi ripetere che le vere violenze sono altre e che è anche colpa mia se ho vissuto questa esperienza, potevo tirarmene fuori prima.

Ecco perché quando leggo che Asia Argento poteva difendersi, che quello che le è capitato con Weinstein poteva evitarselo, che in fondo non è  mica uno stupro e che soprattutto doveva denunciare subito, mi vengono i brividi. Come fai a denunciare se non riesci a raccontarlo a chi ti è vicino, se neanche tu stessa, spesso, riconosci di essere stata una vittima? Forse è stata solo debole, come lo sono stata io. Ma la debolezza non è un reato. La violenza è un reato. Di qualsiasi forma essa sia.

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