Glam Stories

La scrittrice Giulia Gianni: “A 40 anni l’impossibile diventa possibile”

12/08/2017

«I 40 che tanto temevo da bambina, sono stati una vera rivelazione. Voglio osare: pure meglio dei trenta» racconta la scrittrice Giulia Gianni a Glam40, in libreria adesso con Stiamo tutti bene, romanzo sulla sua storia di famiglia arcobaleno. «Mi hanno insegnato che tutto, ma proprio tutto, è possibile. E che non bisogna mai smettere di sorprendersi, anche di se stessi»

di Francesca Vespignani

Ci sono storie che ti vengono incontro e ti abbracciano, regalandoti emozioni, risate e lacrime. È quello che mi è capitato leggendo Stiamo tutti bene (La Nave di Teseo) uscito lo scorso aprile. Primo e brillante romanzo di Giulia Gianni, ravennate che vive e lavora a Roma nel mondo del cinema. E naturalmente 40-something. Giulia racconta il viaggio di una coppia innamorata, la sua, verso il figlio desiderato da tanto tempo. Lo stesso sogno di tante coppie. Solo che per Giulia è un po’ più complicato da realizzare perché ama una donna.

Una bellissima storia di amore e speranza quella di Giulia e della sua amata bionda e del loro tenero nano. Pagine che, con ironia, intelligenza e una grande dose di sensibilità, parlano al cuore di tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale, dall’età e dallo stato civile. Insegnando che l’amore non ha confini e che i sogni vanno realizzati. Se ci si crede davvero, si deve sfidare il mondo pur di raggiungere la propria felicità.

Cosa ti hanno insegnato i tuoi primi 40anni?

Se dovessi sintetizzarlo in poche parole, direi che mi hanno insegnato che tutto, ma proprio tutto, è possibile. E che non bisogna mai smettere di sorprendersi, anche di se stessi.

Nel tuo caso, il passaggio agli anta è stato pieno di svolte…. non trovi che siano un po’ i nuovi 30?

Per quanto riguarda le svolte, non posso che confermare, visto che l’anno dei miei quarant’anni, nell’ordine: ho messo al mondo un figliolo, ho cambiato lavoro e mi sono sposata (diciamo che amo concentrare i cambiamenti importanti in lassi di tempo ristretti). C’è da dire però, che anche il passaggio agli “enta” all’epoca ha avuto i suoi bei colpi di scena… .

Indubbiamente al giorno d’oggi molte scelte importanti della vita, che un tempo venivano affrontate intorno ai trent’anni, vengono procrastinate soprattutto per questioni lavorative ed economiche. O, come nel nostro caso, per questioni “sociali”. Però, al di là di tutto, questi quarant’anni che tanto temevo quand’ero bambina, sono invece stati una vera rivelazione. Voglio osare: pure meglio dei trenta!

Come sta andando il libro?

Il libro sta andando molto bene e di questo sono molto, molto contenta. A meno di un mese dall’uscita è già stato ristampato e all’inizio di luglio ho finito la prima parte del tour di presentazioni in giro per l’Italia, un’esperienza bellissima, che mi ha fatto conoscere persone straordinarie e che mi ha fatto toccare con mano quanto Stiamo tutti bene sia davvero un libro per tutti: ho firmato dediche a quindicenni e a ottantenni, a donne e a uomini, a eterosessuali e omosessuali, a single, a coppie, a gestanti e a genitori.

Perché hai deciso di scriverlo?

L’idea iniziale era quella di scrivere una sorta di “diario di bordo” per nostro figlio. Il racconto del viaggio che le sue mamme avevano compiuto per poterlo finalmente abbracciare. Sarebbe stato il mio regalo per lui, qualcosa che avrebbe potuto conservare per sempre e, chissà, magari un giorno leggere ai suoi figli.

Poi però ho pensato che avrei potuto fargli un regalo ancora più grande. Far arrivare la sua storia a quante più persone possibili, cercando di scardinare pregiudizi e false credenze e di sensibilizzare all’argomento anche chi, magari, fino ad ora non se n’era mai interessato.

Da qui è nato il blog, che nei fatti raccontava la realtà di una famiglia omogenitoriale in un modo un po’ diverso. Per “un po’ diverso” intendo tramite l’utilizzo da una parte del linguaggio della commedia e dall’altra di una costruzione narrativa che ricordava il romanzo a puntate o la moderna serialità televisiva.

Prima il blog, ora il libro e in futuro la TV, ci racconti come è andata?

Dopo qualche mese dall’apertura del blog, sono stata contattata da Ivan Cotroneo (scrittore, regista, sceneggiatore, autore ecc.), che aveva scoperto il blog on-line (stiamotuttibene.com) e voleva incontrarmi. Vi dico soltanto che all’inizio ho pensato che fosse uno scherzo telefonico… E invece era tutto vero, ci siamo incontrati e lui si è proposto di acquistare i diritti televisivi e cinematografici di Stiamo tutti bene.

Io ho continuato a pubblicare sul blog e a un certo punto si è interessata a quanto stavo scrivendo Elisabetta Sgarbi, fondatrice – insieme a Umberto Eco – della casa editrice “La Nave Di Teseo”, che mi ha proposto di farne un libro. Se con Cotroneo avevo pensato a uno scherzo, qui invece non ho dormito per una settimana… E alla fine è successo davvero: il libro è uscito il 20 aprile e adesso io e Ivan Cotroneo stiamo lavorando alla serie tv. Intendevo anche questo quando alla prima domanda ho risposto che tutto può succedere…

Come hai deciso di diventare madre e dove hai trovato il coraggio di mettere al mondo Milo, il Nano, nonostante il mondo come dici tu?

Per rispondere a questa domanda, vorrei lasciare la parola al libro, più precisamente alla fine del capitolo 1:

“Fu solo quando mi resi conto che l’ardua battaglia tra l’attesa dello Stato e l’avvento della mia menopausa vedeva in netto vantaggio il secondo schieramento che capii che era arrivato il momento di fare qualcosa. E non per me o per la bionda. No, lo dovevo a quel bambino che tanti anni prima su quella spiaggia spagnola si era affacciato timidamente nelle nostre vite e non se ne era più andato. Era rimasto lì, solo solo su quell’isola lontana, in attesa che le sue mamme tornassero a prenderlo. Ora, però, la sua mamma più fifona e titubante era finalmente pronta ad affrontare le proprie paure e partire per il viaggio più sensazionale della sua vita”.

La prima reazione della tua famiglia e dei tuoi amici più stretti?

I miei genitori hanno saputo che sarebbero diventati nonni a concepimento avvenuto. Immaginavo che avrebbero reagito con sorpresa e incredulità alla cosa, tanto che al momento dell’annuncio avevo l’ecografia a portata di mano, caso mai fossero servite delle prove incontrovertibili di quanto gli stavo dicendo. Inutile dirlo, sono servite… .

Ma non appena hanno realizzato che io ero davvero incinta e che davvero avrebbero avuto un altro nipotino (oltre ai figli di mio fratello) sono impazziti di gioia. Stessa cosa posso dire per il resto della famiglia (questa volta senza ecografie nascoste in tasca) e per gli amici. A parte la Carlona, personaggio amatissimo del libro ispirato a una mia carissima amica: ma lei è contro la procreazione in generale, per cui non fa testo.

Ho letto che tuo padre ti ha detto “basta che tu sia felice”, cosa hai provato in quel momento?

Non ci ho creduto nemmeno per un istante (ndr ride di gusto)! Queste sono le parole che disse quando gli confidai per la prima volta che mi ero innamorata di una donna, che nello specifico era proprio la bionda. Sia lui che mia madre dissero delle cose in quel momento, tutte stranamente perfette. Praticamente quello che ogni figlio vorrebbe sentirsi dire dai propri genitori. Però la verità è che ne pensarono altre. Ben altre, aggiungo.

Per questo nel libro, quando racconto del coming out con i miei genitori, ho utilizzato i sottotitoli, dividendo quello che dissero a voce da quello che pensarono: la dicotomia tra parole e pensieri è talmente enorme da renderla una delle parti più divertenti del libro. Poi, ovviamente le cose sono cambiate. Hanno metabolizzato l’informazione, hanno combattuto contro i loro pregiudizi e, soprattutto, hanno conosciuto la bionda. E hanno visto con i loro occhi che sì, io ero felice davvero. E si sono resi conto che lo erano anche loro.

Roma e l’Italia come rispondono a una famiglia arcobaleno?

Io posso parlare della nostra esperienza e, almeno finora, la nostra esperienza è assolutamente positiva. Siamo stati dappertutto accolti come una qualunque famiglia. Dall’asilo di nostro figlio, dai negozianti del quartiere, dai vicini di casa… Addirittura l’anziana vicina che passa tutte le giornate in chiesa, è venuta a trovarci quando siamo tornate a casa dall’ospedale con il tenero creaturo: all’inizio eravamo un po’ sospettose (va bene, lo confesso, io ero terrorizzata all’idea di farla entrare in casa, temevo ci scagliasse degli anatemi contro), poi invece abbiamo scoperto che aveva portato tutto il corredino per il piccolo nano, dai body, ai bavaglini, passando per una collezione completa di cappellini inverno/estate. Poi l’anatema ce l’ha scagliato lo stesso quando ha scoperto che non lo avremmo battezzato, ma questa è un’altra storia…

Il pregiudizio verso una coppia omosessuale esiste ancora dopo tutto, come si risponde?

Il pregiudizio esiste eccome, non solo per le coppie ma per l’omosessualità in generale. Questa purtroppo ritengo sia una costante di parte dell’umanità che, posta di fronte a qualcosa che esula dal suo conosciuto, si pone in primis con un atteggiamento di chiusura, quando non addirittura di rifiuto. Per quanto mi riguarda, io rispondo con il linguaggio che più mi è consono, ovvero quello dell’ironia. Credo che l’ironia abbia un enorme potere destabilizzante da un lato e normalizzante dall’altro: semplicemente mostrando le cose da un altro punto di vista, si può arrivare molto più facilmente alla testa e al cuore delle persone. A volte senza che nemmeno se ne accorgano.

Quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato e come le avete superate?

Sicuramente derivano da un grande vuoto legislativo, ovvero l’assenza di riconoscimento per i figli delle famiglie omogenitoriali. Ad oggi, nostro figlio risulta avere un solo genitore – io – mentre la bionda non viene contemplata da nessuna parte. Eppure questo bambino è frutto del desiderio, dell’amore, delle risate e delle lacrime di due persone. Senza la bionda, Milo non sarebbe mai venuto al mondo, eppure per lo Stato lei non esiste. Se deve viaggiare da sola con il bambino, ha bisogno di una mia delega, stessa cosa per quanto riguarda l’andare a prenderlo all’asilo o per portarlo a un pronto soccorso. E queste sono quisquilie se paragonate alla cosa più grave di tutte, ovvero che se a me dovesse succedere qualcosa, nostro figlio potrebbe essere dato in adozione ad altri. Questa è una tale mostruosità che al solo pensiero mi si gela il sangue nelle vene. Ma purtroppo è anche una realtà con la quale dobbiamo fare i conti: anche se non ne parliamo quasi mai, è un pensiero che aleggia sempre nelle nostre vite.

Tutte queste cose non possiamo superarle, finché non ci sarà un chiaro intervento legislativo che permetta di riconoscere i nostri figli. Possiamo soltanto affidarci al buon cuore delle persone che incontriamo, sperando che in caso di necessità ci vengano incontro. Ad esempio all’asilo di Milo non ci hanno mai chiesto la delega ma, per l’appunto, perché abbiamo avuto la fortuna di incontrare delle persone aperte e accoglienti. Va da sé che non può bastare, i nostri figli devono avere gli stessi diritti di tutti i bambini, perché non possono esistere bambini di serie a e di serie b. Questo per me significa il fallimento di un intero sistema.

Cos’è per te la felicità?

Poter essere se stessi ed essere amati per questo. E nonostante questo.

Sono davvero tutte uguali le famiglie felici?

Credo che tutte le famiglie siano dei meccanismi complessissimi che a volte funzionano e a volte no. Per come le vedo io, le famiglie felici sono quelle che vanno avanti grazie a un carburante preziosissimo, composto da rispetto, affetto e comprensione reciproca. E in questo sì, si somigliano moltissimo, indipendentemente da quale sia la loro composizione.

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